L’esclusione dai Mondiali 2026 riaccende il mai sopito rammarico per Messico ’70, la finale persa contro il Brasile e rimasta nell’immaginario collettivo come il grande appuntamento mancato del calcio italiano. Rai Teche intercetta questo sentimento popolare proponendo, nella riedizione dello storico ciclo Campioni – Le più belle partite della nostra vita, la sfida dell’Azteca, finita 4-1 per i verdeoro. Guarda la puntata qui sulla fascia Teche su RaiPlay.
Curata e condotta da Gianni Minà, la trasmissione riunisce in studio alcuni protagonisti dell’epoca: il capitano brasiliano Carlos Alberto Torres, gli azzurri Giacinto Facchetti, Sandro Mazzola e Angelo Domenghini, il CT Ferruccio Valcareggi, il capo delegazione Walter Mandelli e lo scrittore Giovanni Arpino.
Dopo le battute iniziali con i calciatori e Mandelli sui ricordi dell’incontro, Minà proietta l’evento sportivo sull’intero 1970. Il denso quadro d’epoca parte dal costume e dai matrimoni celebri – Christiaan Barnard con Barbara Zoellner, Mina con Virgilio Crocco, Vittorio Gassman con Diletta D’Andrea, Al Bano con Romina Power, Maria Beatrice di Savoia con il diplomatico Reyna-Corvalán, Caterina Caselli con Piero Sugar – seguiti dal debutto di Raffaella Carrà a Canzonissima.
Sul fronte interno, oltre al costo della vita e allo storico approdo del divorzio, la cronaca è scossa dalla rivolta fascista di Reggio Calabria, dalle ombre del Golpe Borghese e dalla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro per mano della mafia. Fitti i casi giudiziari: il delitto-suicidio del marchese Casati Stampa, che uccide la moglie e l’amante di lei; l’assoluzione di Tamara Baroni dal tentato omicidio della marchesa Balduino Serra (consorte del suo amante, l’industriale Pierluigi Bormioli) e l’ingiusto arresto per droga, senza risarcimento morale, di Lelio Luttazzi e Walter Chiari. Sullo scenario internazionale spiccano le morti di Nasser e di De Gaulle, il “Settembre Nero” giordano con l’attacco di re Hussein all’OLP di Arafat e la Libia di Gheddafi, che prima espelle gli italiani per il trascorso coloniale e poi li richiama come tecnici. Chiudono lo scenario le rivolte operaie anticomuniste a Danzica.
Esaurito questo affresco storico, Minà incalza brevemente Valcareggi, ancora difensivo sulla staffetta Mazzola-Rivera, per poi dare corso alla rievocazione della finale. Sul rettangolo di gioco si confrontano due mondi ben oltre lo sport: da un lato l’Italia al tramonto del boom economico, reduce dal ’68 e dall’autunno caldo, scossa da tensioni sociali che proiettano sulla Nazionale un forte bisogno di coesione; dall’altro il Brasile della dittatura militare del generale Emílio Garrastazu Médici, che fa della Seleção uno strumento di propaganda.
La rievocazione dell’incontro si apre con il retroscena della telecronaca, affidata a Nando Martellini dopo l’allontanamento di Nicolò Carosio. La storica voce Rai era stata accusata ingiustamente di un’offesa razzista al guardalinee etiope Seyoum Tarekegn, in seguito all’annullamento per fuorigioco di due gol di Gigi Riva contro Israele nella fase a gironi.
Le squadre scendono in campo davanti a uno stadio gremito. In tribuna le telecamere inquadrano il presidente del Senato Amintore Fanfani accanto al numero uno della FIFA Stanley Rous e al capo di Stato messicano Díaz Ordaz con la consorte Guadalupe Borja Osorno. Il primo tempo scorre in equilibrio: al vantaggio brasiliano di Pelé al 18’ risponde al 37’ Boninsegna, rapido a sfruttare un malinteso della difesa avversaria.
Nella ripresa emerge la superiorità fisica del Brasile, complice la stanchezza azzurra dopo l’epica semifinale con la Germania Ovest. I gol di Gérson al 66’ e Jairzinho al 71’ ipotecano il match, sigillato all’86’ da Torres a coronamento di un’azione collettiva. La Coppa Jules Rimet va al Brasile, campione del mondo per la terza volta.
Nel dibattito in studio gli ospiti concordano nel riabilitare la prestazione azzurra, capace di giocare alla pari contro un avversario formidabile: a fermare l’Italia sono state anzitutto le fatiche della semifinale con la Germania. A queste Mazzola aggiunge l’altitudine di Città del Messico, che comprometteva il recupero fisico dopo ogni azione offensiva. Domenghini ribadisce il proprio disappunto per le numerose occasioni che avrebbero potuto mutare il corso della gara. Una lettura condivisa dallo stesso capitano brasiliano, che individua comunque in Pelé l’autentico fattore decisivo del match.
Chiamato di nuovo in causa, Valcareggi giustifica il tardivo ingresso di Rivera con la necessità di tutelarsi da cambi improvvisi, date le precarie condizioni fisiche di altri azzurri. Il CT esprime poi sincero apprezzamento per il collega Mário Zagallo, subentrato a João Saldanha a pochi mesi dal torneo, ribadendo come il merito finale dei successi appartenga sempre ai calciatori.
Arpino e Mandelli si dicono ancora sorpresi per la violenta contestazione che accolse la Nazionale al ritorno in patria. Il racconto di Minà si arricchisce della testimonianza registrata di Pelé, che in un italiano stentato definisce Messico ’70 il Mondiale migliore della sua carriera. La puntata si chiude con una considerazione lungimirante di Mandelli sul rischio che il calcio venga sempre più snaturato da spese fuori controllo e derive finanziarie.



